Giorgio Bernardelli, Avvenire, 29 settembre 2010
Non tutto ciò che in Medio Oriente si richiama alla pace può essere messo sullo stesso piano. Non sto parlando solo dei politici che usano questa parola con troppa disinvoltura (persino una provocazione gigantesca come un nuovo insediamento nel cuore di Hebron i coloni l’avevano chiamato Beit Shalom, la «casa della pace»…).
In realtà il problema è molto più radicale e chiama in causa direttamente anche il mondo pacifista e le nostre ong. Perché – rispetto alla Terra Santa di oggi – ci sono tante iniziative realmente profetiche, ma ce ne sono tante altre che invece sono solo un ricettacolo di emozioni facili. Per non parlare di quelle che utilizzano il dramma del conflitto solo per dare un tocco di internazionalismo alla propria immagine.
Mi rendo conto di essere un po’ drastico, ma vedo crescere in maniera preoccupante la spettacolarizzazione di un tema importante come quello della pace. Vedo in giro a Gerusalemme troppi assessori, troppi organizzatori di eventi, troppe agenzie di pubbliche relazioni. Gente che passa di lì una settimana, monta il suo carrozzone ben ripreso dalle telecamere e poi se ne va, pensando di avere dato un contributo decisivo per «costruire una cultura di pace».
Un missile israeliano gli ha portato via tre figlie e una nipote nel 2009. Ma il dottor Abuelaish, islamico, ha scelto la nonviolenza.
Giorgio Bernardelli, Avvenire, 25 settembre 2010
Il suo nome dice poco, ma la sua storia probabilmente ce la ricordiamo tutti. Il dottor Izzeldin Abuelaish è infatti un’icona drammatica dell’ultima guerra combattuta a Gaza.
Il dottor Izzeldin Abuelaish
Questo ginecologo palestinese, che aveva lavorato in un ospedale di Tel Aviv e che – amico di un giornalista di Channel 10 – raccontava ai telespettatori israeliani la guerra da dentro Gaza inaccessibile ai giornalisti, per una crudele coincidenza, il 16 gennaio 2009 stava parlando proprio in diretta alla tv quando un razzo israeliano ha colpito casa sua, uccidendo tre sue figlie e una nipote.
Mercoledì 22 settembre 2010, ore 20.45, presso SVEP (Piacenza, via Capra, 14/C) si terrà un incontro, a cura delle associazioni del Tavolo per la pace di Piacenza, con
Lubna Masarwa (palestinese) e Ronnie Barkan (israeliano), dei Comitati popolari per la resistenza nonviolenta.
La resistenza nonviolenta palestinese è un movimento popolare che lotta per una soluzione di pace giusta, attraverso un’azione congiunta con attivisti israeliani e internazionali.
Nel corso della serata, porteranno la loro testimonianza persone che da Piacenza, negli anni, hanno viaggiato e costruito relazioni in Palestina e Israele.
Laura Silvia Battaglia, Avvenire, 12 settembre 2010
Hebron – Amin è seduto su una sedia, sul corso principale della città vecchia di Hebron. Placido. Immobile. Un uomo di cinquant’anni, dalle spalle larghe. Sopra di lui c’è quel che resta del secondo piano della sua bottega, rovinata dall’umidità e dalle liti con i vicini ebrei. Tra le mani ha un ricordo del passato, un trofeo del suo dolore personale: una fotografia che risale alla Seconda Intifada. L’immagine di quel che restò di suo figlio, morto nella guerriglia urbana. Il suo corpo trascinato da due soldati israeliani. Amin non dimentica ma non imbraccia fucili, in questa terra contesa. Lo dice senza lacrime e senza eccessiva fierezza. Non ha fatto la stessa scelta di chi, il 31 agosto scorso, ha freddato una famiglia di coloni che viaggiavano sulla stessa auto. Tra loro anche una donna incinta. Combattenti che non dimenticano. L’episodio è stato rivendicato dalle brigate al-Aqsa alla vigilia dei colloqui diretti israelo-palestinesi a Washington.
Il settimanale diocesano Il Nuovo Giornale ha dedicato ampio spazio al pellegrinaggio che, dal 24 al 31 agosto, ha portato oltre quaranta giovani della Diocesi in Terra Santa.
Per gentile concessione del settimanale, pubblichiamo le pagine dedicate.
Armando Torno, Corriere della Sera, 3 settembre 2010
Capitale divisa, Gerusalemme è Città Santa per le tre religioni monoteistiche. Lo status della città è uno dei punti più delicati dei negoziati tra israeliani e palestinesi: per i primi è capitale indivisibile, i secondi considerano la parte Est capitale del loro futuro Stato.
Il luogo ove sorge Gerusalemme era abitato tremila anni prima di Cristo. Frammenti di coccio egiziani, risalenti al XIX secolo avanti la nostra era, provenienti da oggetti di argilla spezzati per un rito di esecrazione, recano il nome di Urusalim: sono documenti più antichi degli scritti biblici, di poco anteriori alla probabile data della migrazione di Abramo. Un principe di questa città, vissuto nel XIV secolo prima dell’età volgare, è presente nella corrispondenza di faraoni quali Amenofis III o del celebre Akhenaton; anzi, di quest’ultimo sappiamo che fu infido vassallo.
E tra i fatti che si perdono nei millenni, vale la pena ricordare che i libri biblici di Giosuè e dei Giudici parlano di Adoni-Bezek, signore di Gerusalemme. Intorno al 1200 a.C. guidò una forte coalizione cananea contro i guerrieri di Israele, entrati nella Terra Promessa: da essi venne sconfitto e, stando a quanto si legge, dopo la cattura «gli amputarono i pollici delle mani e dei piedi» (Giudici 1, 6).
Gerusalemme – ci confidava Giovanni Filoramo, professore di storia del cristianesimo a Torino e curatore di numerose opere sulle religioni – è diventata sacra per ebraismo, cristianesimo e islam, ma «ha unito e nel contempo diviso, e continua a dividere, le tre fedi». Un fatto «legato alla sacralità particolare che ognuna delle tre religioni monoteistiche ha attribuito nel corso della sua storia a questa città».
Massimo Giuliani, Avvenire, 3 settembre 2010
Domenica 5 settembre, in 62 città, la Giornata della cultura ebraica. Il tema di quest’anno è la rappresentazione visiva.
L’Antico Testamento vieta ogni immagine di Dio perché segno di «idolatria», ma gli ebrei Marc Chagall, Amedeo Modigliani e Camille Pissarro dimostrano che tale «no» ha creato autentici capolavori.
Marc Chagall, Sinagoga di Hadassah, Gerusalemme
Arte e giudaismo, il tema dell’undicesima Giornata europea della cultura ebraica (che si celebra in Italia e in altri 27 paesi europei, più la Turchia) può sembrare una provocazione. Infatti, nella Torah, il divieto di farsi immagini, dipinte e scolpite, di tutto ciò che è vivente suona tassativo e senza eccezioni.
E niente pare più idolatrico ad occhi ebraici delle rappresentazioni del sacro. È questa la ragione per cui tra gli ebrei troviamo moltissimi scrittori e musicisti, grandi studiosi di fisica e matematica, premi Nobel in biologia e medicina…ma così pochi pittori e scultori? È facile rispondere che anche la letteratura, la musica e il teatro sono rappresentazioni, immagini traslate che sfidano, indirettamente, il comandamento biblico: «Non ti farai scultura né immagine alcuna».
Dal 24 al 31 agosto 2010 siamo tornati in Terra Santa.
Dal deserto alla città: dal deserto del Neghev, attraverso la depressione del Mar Morto, siamo saliti alla Città Santa.
Deserto del Neghev
Veduta di Gerusalemme dal Monte degli Ulivi
Muro di separazione a Beit Hanina (Gerusalemme)
Qui di seguito pubblichiamo alcune testimonianze dei giovani presenti, raccolte nel diario che ci ha accompagnati durante il viaggio.
IL CASO. Ai posti di blocco in Cisgiordania una «libreria mobile» palestinese promuove e diffonde testi non violenti tra i giovani arabi. Un’iniziativa interreligiosa che vuole combattere la cultura di morte dei kamikaze. Distribuiti testi del Mahatma Gandhi e sulle grandi figure della Bibbia, fra cui Giuseppe, Mosè e Gesù.
Lorenzo Fazzini, Avvenire, 24 luglio 2010
RAMALLAH – All’indomani dell’attacco suicida islamista contro le Torri Gemelle a New York, questo giornale ospitò un intervento in cui proponeva di «bombardare con pane e libri» la Umma, cioè la società islamica nel mondo attraversata da virulente prese di posizione integraliste.
Ovvero: offrire sviluppo materiale e progresso intellettuale al miliardo di musulmani nel mondo, onde non farli cadere nelle braccia della cieca violenza e della rivolta sanguinaria di Al Qaeda e soci.
Orbene, qui, nei Territori Palestinesi, sembra che in una delle zone «calde» della pressione tra panorama islamico e mondo occidentale qualcuno utilizzi ora proprio i libri per evitare la violenza e predicare la pace. Il suo acronimo è Lownp e sta per «Library on whelles for nonviolence and peace». A fondare questa «Libreria mobile per la non violenza e la pace» è stato nel 1986 un sociologo palestinese, Nafez Assaily.
Giorgio Bernardelli, Avvenire, 20 luglio 2010
Affollano i vicoli della Città Vecchia a Gerusalemme, aspettano pazienti in coda per poter scendere alla Grotta della Natività a Betlemme, celebrano Messe in ogni lingua alla basilica dell’Annunciazione a Nazareth. Mai come in questo 2010 i santuari della Terra Santa sono tornati a riempirsi di pellegrini.
C’è chi parla di un’«onda lunga » del pellegrinaggio di Benedetto XVI; chi punta più l’attenzione sul clima meno incandescente rispetto a qualche anno fa. In ogni caso i dati parlano chiaro: è da gennaio, ormai, che il rendiconto degli ingressi fornito dal ministero del turismo israeliano snocciola ogni mese cifre record.